Stamattina, di ritorno da alcune commissioni, stavo attraversando la Piazzola, storico mercato di Bologna. Alzo gli occhi e mi si blocca il cuore. In una bancarella di merce usata, vedo appeso uno di quei marsupio reggi-bebé.

2011. Quando nacque mia figlia, ad Aprile, versavo in condizioni economiche devastanti a causa di un investimento sbagliato, nel momento sbagliato. Ne ho già parlato, ma sono dettagli di non poco conto. Niente acqua potabile, niente riscaldamento se non una pompa di calore in cucina (immagina la temperatura delle stanze in inverno, fortuna che eravamo in Sardegna…) e mi voglio fermare qui.

3 giorni dopo il parto, ero in ufficio. A causa dei punti non potevo sedermi. Qualunque cosa rientrasse nelle necessità psicologiche, fisiologiche, genitoriali non era concesso. Perché se l’azienda è tua sono solo affari tuoi, se vuoi portare a casa il cibo per te e la tua famiglia non ci sono depressioni, squarci, pianti che tengano. Sei in prima linea a combattere e – talvolta – devi portare pure i bambini in trincea.

Giusto, sbagliato, poco importa. Se scegli la libertà della vita imprenditoriale, lo scotto da pagare è questo.

 

Vivere in Sardegna

L’equazione che non tornava

Ogni giorno facevo un giro al mercatino dell’usato alla ricerca di vestitini per mia figlia. Con 1 o 2 euro riuscivo a portarmi a casa oggi una maglietta, domani una tutina. Poi c’erano cose che costavano molto, laddove “molto” per me erano 15€ e una di queste cose era proprio il marsupio reggi-bebé. Ma cavolo, quanto ne avevo bisogno! Se avessi potuto tenere in braccio la bambina, anziché lasciarla sul bancone dell’ufficio o nel passeggino a piangere, sarei stata più produttiva. Questione di sopravvivenza. Vedi, non mi preoccupavo dell’affetto di cui quella creatura di poche settimane necessitava, di quegli urli disperati che la facevano spedire dritta nella saletta anziché tra le braccia della sua mamma.

Perché quando sei alla disperazione c’è solo un traguardo da raggiungere: SOPRAVVIVERE. Non vedi altro, se non un baratro da cui fuggire.

Lì impari che ci sono equazioni che non tornano. Se non lavoro, non ho i soldi per comprare il marsupio. Ma se non ho il marsupio, non lavoro abbastanza per avere i soldi. Una semplificazione, sì, ma credimi se ti dico che quando questa equazione si spalma su tutta la tua vita, l’unica soluzione che vedi è smettere di vivere.

 

Quotidianità in Sardegna

Nel baratro trovi due cose che cominciano per F: il fango e la forza

Un giorno succede qualcosa di molto brutto. Ancora più brutto di tutto ciò che stava andando male (sto seriamente pensando di scriverci un libro, tanto è stata assurda e a tratti crudele la mia vita fino a qualche anno fa) e lì ho avuto il crollo. Ma non un crollo da esaurimento, un crollo logico, razionale. I Bluvertigo, ne “La Crisi” cantavano “molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità“. E credimi se ti dico che è così. Quando hai perso tutto, quando hai finito le risorse e le possibilità, la scelta più logica è morire.

Ho tirato giù le serrande dell’ufficio, mi sono seduta per terra e ho pianto, sola, disperata, disarmata davanti a quella creatura che – non mi vergogno a dirlo – in qualche modo odiavo perché non sapevo come far fronte alle sue necessità.

Qui non c’è il finale romantico, non è stata lei a darmi la forza. Chi ti dice che i figli ti danno sempre la forza ti dice una mezza cazzata. Perché se ai figli non sai come dare da mangiare, tu guardi i tuoi figli e ti senti solo morire sotto il peso del fallimento.

In quel momento qualcosa dentro di me, penso quel senso di ingiustizia che mi insegue fin dalla più tenera età, mi ha fatta scattare e ho fatto una SCELTA.

 

Triste e grassa nel nuovo ufficio

O scegli, o muori.

Queste sono le due strade disponibili. La logica fa anche questo, identificare potenziali soluzioni. Ho ritenuto profondamente ingiusto nei confronti di mia figlia il fatto di andarmene per sempre. Perché doveva pagare lei lo scotto di tutto questo, rinunciando anche a sua madre? No, non era una strada percorribile.

Lasciarmi trascinare dagli eventi mi avrebbe uccisa, scegliere mi avrebbe salvata. E io ho scelto di scegliere.

Ho accettato il fatto che la situazione fosse drammatica, smettendo di combattere contro la realtà. Ti giuro che anche se non sembra, è molto più facile quando smetti di raccontartela. In quel momento ho aperto gli occhi su tutte le dinamiche della mia vita. Ho accettato tutto ciò in cui avevo miseramente fallito e questo ha fatto sì che mi fosse chiaro come ricostruire e da quel giorno non mi sono mai più fermata, correndo verso il futuro senza guardarmi indietro.

 

Inra nel nuovo ufficio

Le scelte che mi hanno salvato la vita

Ho preso atto del fatto che dovevo rinunciare a tutto ciò che avevamo faticosamente ottenuto, con tutto il dolore che comporta. Disdetto quel meraviglioso ufficio che io e il mio ex compagno abbiamo arredato con le nostre mani, ogni giorno, anche 20 ore al giorno con una gravidanza in atto, tra polvere, vernice, segatura.

Non è il risparmio economico la chiave di tutto, è il saper accettare e lasciare andare. Questioni più buddhiste che finanziarie. Trovai un ufficio da €300/mese in cui ero finalmente sola e potevo decidere io, tornando a dare ascolto a quel buonsenso che è sempre stato parte di me, ma che mi ostinavo a ignorare.

La situazione in parte si risollevò, ma nel giro di due anni ero pronta a darmi la mazzata finale. Dovevo prendere atto anche del fatto che non c’era alcun futuro per me in quel posto e in quelle condizioni. Arrivò un lavoro inaspettato che mi portò circa €150 (per me erano una montagna di soldi!) e con quel denaro riuscii a comprare il biglietto aereo per il “continente” per me e la bambina. Non feci più ritorno in Sardegna.

A Luglio 2014 avevo in braccio una bambina, in arrivo qualche scatola di vecchi abiti, nel cuore il più grande fallimento della mia vita, a Bologna la camera che avevo abbandonato dai miei genitori molti anni prima. Ma anche un futuro davanti.

Dal fango un propulsore

Oggi vedere quella tutina mi ha fatto consolidare la sostanza di cui è fatta la mia forza. Ho una paura fottuta di tornare laggiù, nel fango, di sentire ancora quella sensazione di “ne ho bisogno davvero, ma non posso“, di sopportare l’umiliazione mentre il padrone di casa ti tratta come un ladro perché sei in ritardo con l’affitto, ma tu dovevi scegliere se il cibo o la casa e capisci che al mondo non interessa quanto tu sia nella merda. Devi pagare, punto. E se non riesci, devi trovare il modo.

Voglio che passi il messaggio che io non sono speciale, non ho i superpoteri, anzi. Sono una donna di 33 anni che vive sola con una bambina di 8 anni, senza aiuti economici o materiali da parte di nessuno. L’entità dei risultati che raggiungo con le mie sole forze sono la risultante di quanto schifo mi sono lasciata alle spalle, uno schifo che come benzina alimenta la mia folle corsa nella jungla della vita.

 

Il mio primo libro

Non c’è nulla di eroico o nobile nella sofferenza. La sofferenza fa schifo e basta.

Laggiù non c’è nulla, sai? Nel baratro si è soli, perché nessuno vuole stare con te in un posto così torbido. Non ci sono dèi che ti salvano, le preghiere sono finite durante la discesa. Ti deve fare schifo quel dannato baratro, devi odiare la sofferenza se vuoi cancellarla dalla tua vita. Finché dai retta a chi ti racconta che siamo a questo mondo per espiare peccati (versione religiosa) o per soffrire sotto gli occhi dei potenti (versione populista), rimarrai vittima e carnefice di te stesso.

Quando inizierai a prenderti la responsabilità delle tue scelte, quando avrai il coraggio di ammettere che ciò che hai non ti rende felice, senza dare la colpa agli dèi, al governo, ai tuoi genitori, alla crisi… avrai fatto il primo passo verso il futuro.

E odierai abbastanza lo schifo che ormai hai alle spalle, per trasformarlo in preziosa benzina che ti permetterà di non tornare mai, mai più là sotto. Perché là sotto fa paura e la paura si sa, è l’unica arma che abbiamo per sopravvivere.

 

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