Dietro questo titolo un po’ criptico c’è una riflessione che mi porto dietro da mesi e sento il bisogno di esternare.
Stavo leggendo un romanzo scritto negli anni ’90, quando una frase mi ha colpita in modo particolare, recitava più o meno così: chiuse alle sue spalle la porta di casa, ripose il cappotto nel guardaroba, lasciò cadere a terra i vestiti, riempì la vasca e si fece un bagno caldo.
Non saprei spiegare perché, ma era come sentire il silenzio, la pace, la riservatezza della protagonista di quella scena… e la sentivo così dissonante. Qualche giorno fa, stessa situazione, altro libro, altra scena domestica, stesso periodo storico. E ho capito cosa mi faceva provare quella dissonanza cognitiva: chiusi, nella propria casa, i personaggi non erano più raggiungibili ed erano padroni del loro tempo.
Vivo in una casa grande, piena di stanze, appollaiata al centro di un enorme giardino, a sua volta protetto da altissimi sempreverdi secolari. All’interno ho studiato tutto l’arredo per limitare la sensazione di frenesia del mondo. Il mobilio vintage, riviste anni ’40 appoggiate sui tavoli, luci calde soffuse.
Tuttavia, mi rendo conto che varco il cancello, mi chiudo la porta alle spalle, ma il cicaleccio esterno entra con me, appiccicato addosso come una vecchia chewing-gum alle scarpe.
Non abbiamo più il diritto di essere irraggiungibili.
Si fa un gran parlare dei motivi che portano le persone a essere vittime dell’effetto nostalgia. Lasciando da parte tutta la letteratura neuroscientifica, io ho una risposta a corollario: ci mancano i tempi in cui ci potevamo concedere il lusso di non esserci.
Me li ricordo bene, gli anni ’90. Potevi dire a mamma che “se chiama Tizio, io non ci sono“. Potevi chiuderti in camera, accendere lo stereo, scegliere con calma una cassetta dallo scaffale, buttarti sul letto e sognare a ritmo di musica senza sentirti in obbligo di prendere in mano il telefono e avvelenarti con le ultime notizie comodamente accessibili con uno swipe sulla schermata principale o rispondendo alle 5 chat Whatsapp che implorano attenzione, sia mai che qualcuno abbia bisogno di qualcosa. Di cosa poi, non si sa.
Eravamo padroni del nostro tempo. Negli anni ’90 uscivo in giardino, mi perdevo nel bosco attorno a casa, raccoglievo le more, tagliavo mazzi di Iris, mi godevo le soste su morbidi sedili di muschio sulle rocce. Oggi, esco nel parco secolare che ho a disposizione comodo comodo fuori dalla porta e mi sento in dovere di portarmi dietro il telefono perché non si sa mai: vedrò il fagiano che sosta nel retro? Ci saranno immagini da scaricare nella fototrappola? Un fiore da scansionare con Lens per conoscerne il nome?
Rane bollite alla svendita del tempo
Sono la peggior rompicoglioni che possiate incontrare, se si tratta di fare lo spiegone scientifico. Ho un sacco di valide ragioni che argomento ai figli sul ruolo della tecnologia nello sviluppo cognitivo, ma sono la prima che poi ha una montagna di valide motivazioni per predicare bene e razzolare da schifo. Sono consapevole dell’impatto sul sistema dopaminergico, ma non faccio nulla (o quasi) per contrastarlo.
Poi, però, provo nostalgia per quel lusso a costo zero che era possedere il tempo.
Qualche boomer scrive spesso “eravamo felici e non lo sapevamo”. Io non penso fossimo necessariamente felici, ma di certo eravamo liberi. Eravamo liberi e non lo sapevamo.
Come la rana entra in pentola e ci rimane senza accorgersi di morire bollita, abbiamo venduto la libertà in cambio del progresso e ce ne accorgiamo quando è troppo tardi.
Nonostante la tematica di cui parlo, ho appena fatto 10 minuti di pausa (assolutamente non necessaria) dalla stesura per aprire l’app che mi dice dove sono i figli, ho controllato Whatsapp e Telegram, ho aperto con il solito automatismo le notizie, mi sono ingastrita e sono tornata a scrivere. Siamo spacciati?
La pervasività della performance
Il punto è che il mondo di oggi è avido di performance. Per performare devi correre, spesso senza sapere di preciso quale sia la meta. Per performare più degli altri devi inventarti milioni di modi per esserci. La notifica, il logo sull’agenda, gli spot onnipresenti su qualsiasi formato multimediale.
Più che un rumore di fondo, un megafono saldamente installato davanti all’orecchio.
Gli stimoli pubblicitari sono il cibo spazzatura con cui nutriamo senza sosta né pietà il nostro cervello, con il fine ultimo di alimentare un consumismo che sta in piedi se e solo se il raziocinio rimane imbambolato dalla continua sollecitazione.
Anche dentro le pareti di casa, in un modo o nell’altro siamo raggiungibili e, dove non arriva l’impulso reale, si infila quello immaginario. Una lunga, infinita serie di pensieri intrusivi che ci incalzano alla ricerca di un ottimo motivo per sentirci a disagio a canali staccati.
Possiamo tornare indietro? Nel piccolo di ognuno forse è possibile, anche se il prezzo da pagare è alto. Se non comunichi, non esisti. Se non rimani aggiornato, non sai cosa succederà domani mattina. Se non ti fai trovare, perdi opportunità. Chi se lo può permettere?
Va a finire che è proprio vero: l’irreperibilità è la ricchezza del nostro tempo.
