Ricordo quando arrivò la “tecnologia”, l’ora di trattamento testi a scuola e le prime interazioni con quegli oggetti che suscitavano la diffidenza delle insegnanti più bacchettone. Avevamo quella scintilla dentro, la voglia di scoprire, di capire. Sapevamo che c’era qualcosa oltre alla graffetta parlante di Microsoft Word e ai primi rudimentali motori di ricerca. 

Ed è stata proprio questa scintilla che ha fatto sì che molti nati negli anni ’70-’80 ci rigirassimo tra le mani questi arnesi intelligenti per plasmarli a nostro piacere fino a tirarne fuori veri e propri strumenti di lavoro. Siamo noi. Ora web designer, programmatori, sistemisti, SEO, copywriter, grafici, disegnatori, analisti. Abbiamo creato nuove professioni e viviamo di esse.

Ho fatto da mamma adottiva a tre adolescenti, avendo modo di osservare su vasta scala come i ragazzi dai 12 ai 22 anni si rapportano con la tecnologia. Ero piena di aspettative, avevo addirittura immaginato che seguissero le mie orme. Cercavo di incuriosirli spiegando loro che potevano usare in modo più proficuo il tempo trascorso davanti al pc.

Quando  gridavo, perché erano attaccati ai giochi online da troppe ore, loro ribattevano che c’era gente che vinceva migliaia di euro nei tornei.

Al che cercai un altro approccio. Li incoraggiavo a pensare che se amavano tanto l’online potevano pensare di farne una fonte di reddito per il futuro e per arrotondare la paghetta, cercarsi un hobby virtuale (la grafica o la programmazione ad esempio) o che comunque potevano investire un po’ di tempo a capire come la rete poteva aiutarli nel quotidiano.

La risposta? Muri. Nient’altro che muri.

Si, hanno lo smartphone, la PlayStation, i notebook. Ma chiedete loro di andare oltre al mero like su Facebook, al commentino su Instagram, alla scopiazzatura da Wikipedia per la ricerca. Non sono capaci e non hanno la benché minima intenzione di provarci.

Carlotta Silvestrini “Rogue”

Negli ultimi anni ho sentito più “fammelo tu perché io non sono capace” che “ci provo e se non ci riesco ti chiamo”.

Allo stesso modo in cui sono privi di qualsiasi senso pratico, gli adolescenti di oggi non hanno dimestichezza funzionale con l’informatica, non sanno trarne beneficio, sono veri e propri analfabeti digitali, nati solo un decennio dopo di noi, i “nativi analogico digitali”.

Provate a cercare “strategia” nel loro rapportarsi con la rete, non ne troverete. Colpa loro?

Ci sono alcune dinamiche che a mio avviso sono deleterie:

  • Sono completamente sfiduciati nel futuro e quindi in loro stessi, questo li rende apatici e rassegnati a prescindere rispetto alle sfide, anche le più semplici
  • Vivono in un contesto culturale avverso alla tecnologia, ancora troppo demonizzata e quindi non trasmessa correttamente
  • I dispositivi informatici sono usati da molti genitori come parcheggi a ore, non come strumenti educativi spiegati con pazienza
  • La comodità del “tutto a portata di mano, oggettivamente aumenta la pigrizia… specialmente quella mentale
  • Non siamo in grado di trovare un modo di comunicare con loro, parlando la loro lingua. Urliamo, li aggrediamo, forse perché facciamo fatica a capirli e accettare la loro debolezza di fronte a metodologie che per noi sono la prassi

Potremo puntare il dito contro i giovani solo nel momento in cui faremo un mea culpa e rivedremo completamente il sistema scolastico sulla base delle esigenze informatiche del presente e del futuro. Ma fino a quel momento potremo solo osservare con grande delusione il frutto dell’ignoranza, della pappa pronta e del nostro mondo sempre e solo a misura di adulto.

Ci sono due punti di vista che mi hanno particolarmente colpita, emersi in una conversazione su Google Plus con Riccardo Mares e Benedetto Motisi.

Lascio a loro la parola.

 

Siamo nati analogici e moriremo digitali.  Siamo a cavallo dei due mondi, come Link in Twilight Princess.

Inizio con il dire che ho una “giusta paura”, senza alcuna vergogna. Voglio intendere.. ho un figlio di due anni e mezzo, la generazione che fa parte di un mondo totalmente digitalizzato, che forse giusto nei racconti dei genitori sentirà parlare di un mondo senza Internet.

Te dirai “ma porca miseria, Benedé, tu gli dai da mangiare a tuo figlio con l’Internet, e ne hai paura?”

Si, proprio perché sono un addetto ai lavori mi rendo conto che ci sono meccanismi, dinamiche, processi che a chi non si muove fra le linee risultano scontati e naturali come se fossero magia in un mondo fantasy. E che Gandalf, se avesse avuto discendenza, avrebbe fatto giocare il pargolo con la staffa con leggerezza? Immagino proprio di no, e non c’è bisogno di essere un membro del Bianco Consiglio per capire che non si può dare il bastone che ha sconfitto il Balrog in mano a un ragazzino.

Benedetto Motisi “Ben Kenobi”

Chi, come me, è nato negli anni ‘80 fa parte dell’ultima generazione che davvero ha conosciuto il mondo pre-Internet.

Siamo nati analogici e moriremo digitali.  Siamo a cavallo dei due mondi, come Link in Twilight Princess.

La paura è, a sua volta, dualistica:

  • Ho sempre la sottotraccia che stiamo perdendo occasioni enormi qui nei confini dell’Impero, ma oh, ce le creiamo e a una certa, è un altro discorso.
  • Tornando In Topic: le nuove generazioni si mettono volontariamente al naso un tecnologico Google Ring facendosi fregare da quei (pochi) che resisteranno all’incantesimo del “tutto e subito”.

Cosa voglio dire? Ho avuto in più occasioni (eventi formativi, incontri scolastici, etc.) modo di rapportarmi con la generazione duemila, la prima che del mondo analogico ha solo un pallido ricordo in fasce.

A parte rari casi, la maggior parte di questi “nativi digitali” ha una dimestichezza unicamente istintiva con questi mezzi.

Non si va oltre, non c’è curiosità (e questo fa DAVVERO paura) nel capire come funziona davvero un mondo tanto complicato come la comunicazione a più vie del digitale.

Parafrasando Piero Angela, anzi, si preferisce la soluzione “complottistica” (quasi magica) al capire come funziona davvero il più grande mercato anarco-capitalista del mondo: il Web. Perché di questo si tratta: uno spazio dove non esistono le nazioni e i confini, ma ci sono le multinazionali.

Invece di prendere questa come una realtà da vivere responsabilmente, si finisce a mettere in mezzo i rettiliani. Perché non c’è capacità di discernimento e selezione delle notizie.

Alla fine – e lo scrivo in calce – ha ragione mia moglie (che giocherà questa carta d’ora in poi mi sa): anche se anacronistico, forse sarà meglio PRIMA insegnare al nostro Bimboleo COME fare una ricerca analogica che digitare sull’Oracolo Google senza capacità di scelta.

Perché che a due anni e mezzo sappia già andare a selezionarsi fra i recenti di YouTube i video di Peppa Pig è una figata. Ma, citazione scontatissima “da un grande potere deriva una grande responsabilità“.

Stoccata finale: dato che non credo che allo stato attuale la scuola sia in grado anche solo lontanamente di dare una mano, chi potrà sarà in grado di orientare i propri pargoli. Nel mio piccolo, nonostante sia l’ultimo degli scacciacani, mi ritengo fortunato.

Il problema vero sarà nei gap troppo allargati.

 

La più grande carenza che vedo nei giovani è quella del problem solving.

Ricordo ancora un illuminato professore dell’università che ci lasciava tenere i libri durante l’esame dicendoci che tanto, se le cose non le avevamo capite o almeno individuate, quel libro sarebbe stato totalmente inutile.

Qualcuno gli dava del folle, ma la sua era una visione, una visione di quella che oggi è la realtà: quantità infinita di dati, con accesso super facilitato, ma bisogna saperli gestire, un po’ come un’auto da 500 cavalli… vedi mò se non sai guidare dove ti sbatte.

Attenzione ho scritto DATI non INFORMAZIONI.

Si perché l’INFORMAZIONE è l’interpretazione di dati. Traslato nel mondo del web oggi e della ricerca, significa arrivare a prendere uno due venti articoli e cercare di individuare quelli validi.

Riccardo Mares “Merlinox”

Non è un processo semplice, tutt’altro: necessita di una base culturale e della capacità di ragionare.

Io – qui mi sa che sono il più vecchio – divento senziente (più o meno) ben prima dell’epoca digitale interconnessa, anche  se il mio primo ZX80 l’ho avuto per imparare a leggere e scrivere. Ricordo come fosse ieri le difficoltà dello studiare l’online, a causa dei limiti di Altavista e della banda a disposizione.

Oggi è tutto pronto: veloce, piuttosto preciso, disponibile. C’è un però. In quella che è la mia esperienza da zio (nipote in prima università), formatore, lavoratore, posso dire che la più grande carenza che vedo nei giovani è quella del problem solving: anche in cose banali ho visto giovani arenarsi, fermarsi, non essere in grado di suddividere un problema, evolverlo in intento e provare ricerche diversificate.

Quindi ben vengano super tecnologie, informazione distribuita e quant’altro, ma ricordiamoci che il miracolo è il nostro cervello, non la potenza di calcolo: la capacità di astrazione e di risoluzione dei problemi è umana ed è quella che ci ha concesso di divenire una razza superiore.

Non dimentichiamocelo: il rischio è l’estinzione 😉

 

Se vuoi approfondire il punto di vista di Riccardo Mares, ha scritto questo interessante articolo sulla formazione.