Tutti abbiamo il diritto di reinventarci. In qualsiasi modo. Tra i migliori collaboratori ai quali io stessa mi affido, quelli che divorano meglio il codice non hanno la laurea in informatica.

Conosco persone che dopo una vita da dipendenti si lanciano in nuove professioni, più o meno digitali e lo fanno con cognizione di causa e grandi risultati. Un esempio su tutti, che piaccia o no, è Rudy Bandiera, passato dalla fonderia alle cattedre universitarie. E Nico Caradonna, che ha reinventato la sua professione di ottico diventando “L’Ottico del Web”?

Questo per dire che non c’è nulla di male quando uno si “improvvisa” e lavora con grande profitto per sè e i suoi clienti, anzi, chi segue la passione ha molte più possibilità di diventare un grande professionista. Però la passione da sola non basta e “arrotondare a fine mese” non è una motivazione abbastanza valida per fare danni.

[blockquote font=”1″ italic=”yes”]Perchè c’è un confine molto labile tra quello che stai imparando a fare e quello che dichiari di saper fare. Questo confine segna la differenza tra fare esperienza e usare i clienti come cavie.[/blockquote]

Gli errori tutt’ora li facciamo tutti, sia chiaro!

Ma quando passo 40 minuti al telefono a raccogliere lo sfogo di un imprenditore che ha chiesto un’app ad almeno 10 “uebegiensy” e si è ritrovato in mano preventivi partiti da 2.500€ fino a 300.000€ (hai letto benissimo, trecentomila), per poi pagare fior di quattrini la sostanza di scarto di un developer di un’altra auto-blasonata uebegiensy che ha sottopagato 3 indiani per consegnare al cliente una presa per il culo… vado in bestia.

 

Se vuoi diventare un bravo professionista stai nell’ombra, impara, sii umile.

Ormai ho smesso, ma prima litigavo con tutti gli Improvviselli che hanno una botteghina di paese (vendita pc, software house, stampa volantini) e da un giorno all’altro si mettono a vendere “siti uebb” a 100€, con la spocchia di chi sa il fatto suo solo perchè sa infilare una RAM sulla giusta motherboard e con la presunzione di chi smercia fondi di magazzino al mercato.

Non per il sito, non per la cifra: se quel sito non è in grado di generare un risultato, hai fatto buttare via i soldi al tuo cliente.

E il cliente continuerà a dare manforte al luogo comune più distruttivo per il progresso digitale: “Il web non serve a niente”.

Una volta ero una semplice “web designer”. Oggi mi rendo conto che non faccio più lo stesso lavoro. Ogni giorno aiuto imprenditori a lanciarsi nel mercato digitale e a non farlo. Dico pochi sì, tanti no. Sono onesta. Se vedo un progetto con i numeri giusti accetto il lavoro, se invece mi rendo conto che sarà un buco nell’acqua lo dico apertamente a prescindere dalle migliaia di euro che non entreranno nel mio conto.

Per poter fare tutto questo leggo quintali di libri, mi confronto con decine di professionisti, lavoro sodo, sperimento (sulla mia pelle).

E mi accorgo di come non solo non si è mai “arrivati”, ma di come una professione non nasca dal giorno alla notte e di come non si possa pretendere di rifilare il risultato di una “smanettata” come prodotto a ignari clienti.

Evviva chi si reinventa, alla forca chi distrugge un mercato prezioso alle spalle di chi paga.