Finire sul lastrico per colpa di un “consulente” di web marketing. La storia vera di Laura

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Ho scritto tempo fa un articolo che ha fatto arrabbiare parecchi creativi. E un altro che parlava di come l’arroganza non sia una strategia di marketing accettabile per qualsiasi business, a maggior ragione se non supportata da contenuti validi e competenza.

Tra le tante persone che però hanno beneficiato della mia visione sincera e trasparente del mondo del web marketing in Italia, è arrivata anche Laura, che ha sentito il bisogno di raccontarmi la storia di un sedicente coach/consulente di marketing che le ha distrutto il brand e la ha messa sul lastrico nel giro di pochi mesi.

Se prima di procedere con la brutta storia di Laura vuoi leggere gli articoli, ecco i link:

 

Come un consulente sbagliato può distruggere la tua azienda

Laura era una stimata professionista nel campo delle discipline olistiche, una di quelle persone che aiutano gli altri a tornare in una dimensione di serenità, equilibrio psicofisico, benessere.
Come tutti gli imprenditori che investono nel digital marketing, anche lei ha ravvisato la necessità di aggiornare la sua strategia e i suoi progetti online, nel momento in cui il posizionamento organico sui motori di ricerca ha ricevuto qualche colpo, con conseguente calo di visite e quindi di lavoro.

Ha cercato un consulente di digital marketing e si è imbattuta nel classico “Salvatore”. Lo chiamerò quindi così d’ora in avanti.

Ecco come Laura introduce la sua storia:

I creativi esistono? Probabilmente sì, ma spesso sono quelli che non sanno di esserlo o non hanno bisogno di dirlo.

Quando si va in cerca di una definizione brillante, a volte si tratta solo di un tentativo per indossare un vestito nuovo più alla moda, senza però cambiare il contenuto. Nel mio lavoro ho incontrato, purtroppo, un “professionista” del genere.

Di se stesso, quando viene definito un marketer, dice: “non faccio marketing io sono più un coach”. Se lo definisci coach, lui ribatte: “ in realtà il mio lavoro è il marketing”. Quindi diciamocelo: ci sono serie possibilità che faccia malamente entrambe le cose.

Tuttavia quando attraversi un periodo veramente difficile, in cui la confusione mentale prende il sopravvento, la capacità di distinguere le “cose serie” dalla fuffa a volte va in vacanza. A me è successo proprio questo, così ho fatto l’errore di assumere questo personaggio come consulente.

Mi chiamo Laura, e ho un centro di discipline olistiche in Emilia Romagna.

Oltre alle sessioni individuali con i clienti, organizzo corsi di formazione. Negli ultimi anni, il centro ha avuto un graduale calo delle utenze. La realtà era semplicemente che essendo cambiate le regole di google, man mano la visibilità sul web è diminuita sempre di più fino a renderci invisibili, ma non essendo io un’esperta ho preferito cercare qualcuno che si occupasse di analizzare la situazione, seguirmi personalmente e cercare gli strumenti adatti per aggiustare il tiro. Ho avuto contatto con questa persona tramite facebook, e siccome si è dichiarato esperto del mio settore, ho pensato potesse essere il consulente giusto.

A parte alcune battute discutibili come il fatto di sentirsi “in missione per conto di Dio”, all’inizio appariva sinceramente interessato a costruire qualcosa di positivo. Ma non è andata così.

Le picconate quotidiane al mio lavoro e alla mia persona.

Il lavoro di distruzione sistematica operato da questo sedicente esperto-creativo, è iniziato da subito; sintetizzo i concetti in una serie di frasi (sue), che chiariscono meglio la situazione:

  • il sito aziendale chiudilo, è inutile averlo, è un autogol;
  • le tue materie non interessano a nessuno, le praticano in troppi, eliminale, non portano soldi;
  • quel corso rende solo 300 euro al mese, non me ne occupo, non rende;
  • non sai scrivere; gli articoli te li scrivo io e commento anche al posto tuo su facebook;
  • tu sei solo un’inibita del cazzo, se non segui me ti aspetta una morte lenta e dolorosa dopo una lunga agonia;
  • IO coi miei clienti ci lavoro 10 ore al giorno, tu invece sei sempre stanca;
  • abbiamo (lui) stabilito una strategia, ma tu la metti sempre in dubbio, non MI FAI lavorare;
  • noi siamo una squadra, tu non sai lavorare in squadra;
  • IO sono qui per salvarti, ti farò guadagnare 300mila euro l’anno però sappi che 100mila li voglio per me”… no comment.

Un personaggio con deliri di onnipotenza a capo di un’azienda che vive insegnando la pace interiore?

Salvatore prende quindi le redini dell’azienda di Laura, dimostrandosi sempre più autoritario e determinato nel traslare il suo egocentrismo e la sua visione accentratrice della professione, sul brand di Laura, che poco a poco inizia a sgretolarsi.

Una discussione via l’altra. Un “metodo” fatto di urla ed insulti, umiliazione, denigrazione delle persone e del mio lavoro. Corsi obbligatoriamente fermi per mesi “perchè lui doveva ricostruire il brand”.

L’argomento che più scatenava discussioni era l’imposta aggressività nei post e nei commenti, e l’uso smodato di parolacce ed insulti perchè “solo le persone con le palle usano le parolacce nei post, tutti gli altri sono fuffa”.

Non dico altro: nell’arco di tre mesi ho iniziato a manifestare frequenti aritmie cardiache.

Prima di arrivare all’epilogo cito solo una chicca: l’unicità.

La mia unicità sarebbe diventata un corso che tuttavia non potevo condurre io: lo avrebbe seguito lui. Stop.

Quattro mesi di “lavoro”. Con toni sempre più forti e il suo delirio di onnipotenza che lievitava sempre di più. E con il delirio aumentava il senso di inadeguatezza che instillava in me, per manipolare la situazione. I miei studenti (i pochi rimasti in quel periodo), ripetutamente mi facevano notare la profonda differenza tra la Laura che parlava con loro in aula, di cui avevano stima, e quella che scriveva su internet, decisamente meno apprezzata.

 

“Senza di me morirai”, l’ultimo ricatto prima di distruggere completamente il brand

Come ti sentiresti se avessi un’azienda in crisi e dopo avere messo nelle mani di un consulente migliaia di euro, iniziassi a renderti conto che forse hai commesso un errore clamoroso? Riusciresti a fermarlo o gli daresti fiducia perché in fondo non è il tuo settore e non puoi sapere come andrà a finire?

Se la patologia psichiatrica prende il posto della professionalità – e credimi che vedo accadere questo molto più spesso di quanto pensi – spesso può risultare difficile troncare un rapporto, perché subentrano meccanismi di manipolazione, un uso antietico di tecniche di persuasione e programmazione neurolinguistica. E anche la mente di suo, che per il principio di impegno-coerenza non si stacca facilmente dalla scelta presa in partenza, non aiuta a fare il passo.

Ma Laura reagisce così:

L’ultima guerra.

Ed arriviamo all’ultimo giorno.

Il genio scrive un post descrivendolo come “il manifesto definitivo delle tue capacità”. Un post dove sminuisce non solo la medicina naturale e gli psicologi, ma anche un personaggio di grido che avrebbe tenuto un seminario in Italia in quei giorni.

Il titolo è addirittura LASCIVO. Ennesima discussione. Ottengo di modificare (di poco) il titolo, ci sono le solite parolacce.

Litighiamo, e come ogni volta parte il mantra del “senza di me morirai di una morte lenta ed inesorabile”, ecc. Il post viene pubblicato. Poco dopo ho l’ennesima aritmia. Di conseguenza quella sera non monitoro i commenti.

La mattina dopo, arrivando in ufficio, vedo il disastro: il genio ha passato la serata precedente a litigare con gli utenti inferociti USANDO IL MIO ACCOUNT PERSONALE, e cosa ancora peggiore, scrivendo a nome mio le sue personali opinioni. Al suo arrivo al centro bastano meno di cinque minuti per mandarlo definitivamente al diavolo e cacciarlo fuori. L’espressione che vedo davanti a me è quella di una persona stupita, quasi sconvolta dalla mia reazione inaspettata.

 

Le conclusioni post rovina e come rialzarsi da un danno al brand

Laura non ha denaro sufficiente per permettersi un’operazione di rebranding che vada a riposizionare correttamente la sua marca ricucendo tutte le ferite infette causate dal sedicente Salvatore. Il rebranding è un’operazione che dura mesi, lunga e impegnativa.

Però mi dispiaceva non fare nulla per lei e ho scelto di dedicarle un po’ di tempo per darle dei consigli utili su come gestire il crisis management e come rivedere l’immagine che ha online in funzione di una sorta di “rinascita”.

Prima di dirti quali consigli le ho dato, inserisco le conclusioni di Laura:

Il finale della storia: bilanci e valutazioni.

Ora ho ricominciato la ricostruzione di un brand ormai distrutto, sperando che il tempo cancelli la memoria. Questo “scherzetto” ha avuto un bilancio passivo, tra costi vivi e mesi di guadagni mancati, che sfiora i sedicimila euro: fine dei risparmi.

Senza contare il danno d’immagine.

Confesso che per un po’ ho pensato che non sarei più riuscita a rialzarmi, che ormai fosse tutto perduto, ma fortunatamente ho dalla mia parte una buona forza interiore, che sembra nascere proprio nei momenti più difficili. Ho scritto questo post per evitare che altri possano cadere in un errore come il mio.

Ascoltare la propria “voce interiore” è indispensabile quando siamo davanti alle scelte: andare contro le proprie sensazioni può solo condurre verso delusione, frustrazione e mancanza.

Laura avrà molta strada da fare. Il tempo non cancella la memoria, però si possono costruire ricordi nuovi. Ecco come le ho consigliato di procedere.

Passi fondamentali (gratis) di un rebranding dopo una rovinosa caduta

  1. Ammettere sempre i propri errori. Fingere che non sia successo niente, cancellare i commenti, negare l’evidenza… sono tutti passi falsi che tolgono ancora più credibilità al brand. Una sincera ammissione, anche al punto di ammettere una certa dose di ingenuità nel fidarsi ciecamente del proprio consulente, è preferibile alla negazione.
  2. Ascoltare le critiche. Tradire il proprio pubblico facendolo sentire ignorato o umiliato nel momento in cui si lamenta è l’ennesima martellata sulle rotule. Ascoltare le critiche e rispondere in modo assertivo è l’unica strada possibile per riacquistare credibilità.
  3. Ricostruire meglio di come era prima ciò che è stato danneggiato. Il “consulente” aveva scelto per Laura dei colori completamente fuori luogo (rosso!) per il tipo di attività. Aveva usato un tone of voice arrogante e ditattoriale. Aveva eliminato strumenti utili e snaturato il brand. Io le ho consigliato di tornare a una tonalità di verde che trasmetteva un senso di tranquillità e pace, a un tone of voice fermo, ma calmo e positivo. Le ho consigliato di acquistare alcuni testi utili per rivedere la struttura delle pagine e il modo in cui sono scritti i testi.
  4. Dedicarsi a nuovi canali. Psicologicamente è difficile ripartire dopo una rovinosa caduta. Le ginocchia sanguinano, le ossa fanno male e i lividi sono molto sensibili al tocco. Investire tempo su un nuovo canale (purché esso sia utile alla tipologia di attività), come per esempio LinkedIn, può essere una strada per riacquistare fiducia persa, sentire aria di novità e riacquistare autostima nella professione. Vedere un rebranding come un nuovo inizio è un passo fondamentale per non lasciarsi travolgere dalle situazioni poco piacevoli che per loro natura continueranno a manifestarsi finché il nuovo brand non sarà completamente recepito dal pubblico

 

Per fare tutto ciò non occorre denaro, solo la volontà di ripartire dalla comunicazione. Se poi ci si può permettere l’intervento di un digital branding strategist, tanto meglio, ma qualora non fosse possibile, perché non fare le cose a modo ugualmente?

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